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Come già si è visto in un precedente articolo di approfondimento, un’opera d’arte è anche un oggetto con una sua fisicità.
Spesso possono essere fondamentali delle campagne diagnostiche che consentono di comprendere la struttura dell’oggetto stesso, le sostanze dalle quali è composto ed eventuali interventi che ha subito nel corso degli anni.

Non esiste un’unica modalità di approccio alla diagnostica, che deve essere ben ponderata e studiata in relazione alla precisa opera oggetto dell’indagine. Vera e propria disciplina scientifica che necessita di un’apposita strumentazione, la diagnostica più invasiva deve essere compiuta da tecnici adeguati con un’idonea formazione. Con il presente contributo non si vuole entrare nel dettaglio di tutti i possibili esami applicabili alle opere, ma solamente dare una panoramica generale, che consenta al lettore un assaggio della materia.

La premessa fondamentale è che, pur trattandosi di analisi scientifiche e dunque fornendo precisi dati oggettivi, questi necessitano di una interpretazione. Si rende pertanto fondamentale un lavoro di équipe che veda la collaborazione tra tecnici e storici. Questi ultimi devono essere in grado di contestualizzare le informazioni ottenute al fine di dare una lettura critica dell’opera in esame.

Ad esempio la presenza di un particolare tipologia di pigmenti non è necessariamente sintomatica della precisa datazione di un’opera, ma deve essere messa in relazione alla vicenda storica della stessa e dei possibili interventi che ha subito nel corso degli anni. Per questo motivo è sempre necessario che questi dati siano interpretati anche a fronte della storia dell’opera stessa, anche alla luce di eventuali interventi di restauro.

Le indagini diagnostiche si dividono in due macrocategorie: quelle non invasive e quelle invasive.

Le prime prevedono un analisi visiva, seppure con una strumentazione in grado di “spogliare” via via l’opera, visionandone anche gli strati più in profondità. Quelle invasive implicano invece che venga prelevato un campione dall’opera e si distinguono ulteriormente in non distruttive (consentendo il riutilizzo del campione in analisi future) oppure distruttive. Le ultime in particolare, essendo quelle che maggiormente possono influire sull’opera e danneggiarla, devono essere fatte solo se realmente necessario. Necessitano inoltre di procedimenti e macchinari altamente specifici e dunque vengono svolte presso i grandi laboratori di restauro (quali l’ICR o l’Opificio delle Pietre Dure). Questa tipologia di ricerca deve essere giustificata da una reale occorrenza, come la necessità di sapere l’esatta composizione chimica dei pigmenti impiegati in un dipinto, al fine di comprendere pienamente la tecnica dell’artista e dunque la tipologia di degrado che ha subito o che potrebbe presentare.

Queste informazioni sono importanti sia ai fini di studio che di un eventuale restauro, per capire come e con che tipo di sostanze intervenire.
Quelle più facilmente eseguibili sono certamente quelle non invasive, anch’esse grazie a specifiche apparecchiature consentono di vedere ciò che a occhio nudo non lo è.

Una tra le più impiegate è la fluorescenza UV, realizzata attraverso specifiche lampade, denominate lampade di Wood.

Questa pratica consente di vedere eventuali aggiunte di vernici superficiali, in base alla diversa intensità di fluorescenza visionabile con questa indagine. Consente pertanto di osservare interventi più recenti, incluse eventuali ridipinture integrative o di correzione apportate con sostanze differenti rispetto a quelle originarie, nonché la presenza di particellato ambientale.

Fotografia di fluorescenza UV (a sinistra) e rifettografia NIr (a destra) di un particolare del dipinto ” Madonna con Bambino e Santa Caterina d’alessandria ” copyright Antonio Buonerba

Se questa pratica può essere applicata sia ai dipinti che alle sculture, altre non possono essere utilizzate indistintamente per tutte le tipologie artistiche. È il caso dell’infrarosso, che si utilizza prevalentemente negli studi sulle opere pittoriche. Questa tecnica riflettografica consente di andare oltre gli strati delle vernici e dei pigmenti, per arrivare allo strato preparatorio. Come ben si può immaginare, questa pratica è utile a comprendere l’evoluzione dell’opera, a vedere eventuali pentimenti dell’artista in corso d’opera o a studiarne la modalità lavorativa, con l’utilizzo ad esempio di cartoni preparatori o la realizzazione di un disegno a mano libera.

I raggi X, applicabili anche alle sculture, consentono invece un ulteriore spoglio, attraversando direttamente l’opera.

Forniscono dati fondamentali in merito alla costruzione dell’opera, al materiale usato e a possibili danni strutturali congeniti o dati dal passare degli anni.

Queste analisi non possono e non devono, come già si è anticipato, essere fatte casualmente, ma devono essere realizzate all’interno di un preciso e puntuale piano diagnostico.

Bisogna pertanto, prima di iniziare il lavoro sull’opera, avere ben chiaro lo scopo da perseguire e la finalità con la quale vengono fatti questi studi. Bisogna inoltre essere ben consapevoli che ogni manufatto presenta la sua singolarità con problematiche particolari.

Coppia di apostoli