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Il 1851 fu un anno fondamentale non solo per la storia dell’arte ma anche per la storia delle industrie e dell’artigianato. In questo anno si tenne la celebre Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, meglio nota come la prima grande Esposizione Universale, organizzata dall’architetto Henry Cole, con l’appoggio del principe Alberto.

Venne allestita in Hyde Park a Londra, all’interno del Crystal Palace, una struttura in ghisa e vetro appositamente realizzata per l’occasione.
Lo scopo dell’esposizione era presentare quanto vi fosse di più aggiornato nell’ambito dell’arte applicata e della produzione industriale; la partecipazione da tutto il mondo fu massiccia, si contarono infatti 13937 espositori, nonostante alcune celebri defezioni come quella di Thomire o Deniere, celebri bronzisti francesi che non volevano rendere note le loro tecniche di produzione.
Con la Rivoluzione Industriale e l’avvento della nuova classe sociale costituita dalla borghesia, un maggior numero di persone aveva accesso a beni precedentemente considerati di lusso. Nell’arredamento delle proprie abitazioni i borghesi si dimostrarono molto attenti all’estetica degli oggetti e dell’arredo. Di conseguenza vi fu un adattamento della produzione verso tale indirizzo. Iniziò ad affermarsi la figura del designer, incaricato della progettazione di oggetti non solo per la loro funzionalità ma anche per la loro estetica.
Se però l’edificio in ghisa e vetro, progettato dall’architetto Joseph Paxton, denotava una considerazione notevole nei confronti di forme e materiali innovativi, quanto esposto presentava un panorama ben differente.

Tutte le opere e gli oggetti, inclusi quelli di produzione industriale, risentivano inesorabilmente degli stili del passato. Le numerose critiche che ne seguirono e che evidenziarono l’arretratezza del gusto, nonché la mancanza di creatività, portarono Cole a promuovere e caldeggiare fortemente l’intervento degli artisti nella fase progettuale. L’anno successivo venne infatti istituito il Museum of Manifactures, la cui collezione era costantemente aggiornata con le ultime novità, sia per ispirare i designer, sia per istruire il gusto del pubblico. Il museo, che altri non era che il primo nucleo di quello che sarebbe poi diventato il Victoria and Albert Museum, venne affiancato anche da una scuola di disegno applicata all’industria, ulteriore riprova dell’importanza di una produzione di oggetti che avessero una precisa progettazione stilistica.

In Inghilterra questa esposizione ebbe un’enorme influenza sull’arte e sulla produzione industriale.

Nella seconda metà del XIX secolo nacque infatti il celebre movimento delle Arts and Crafts (Arti e mestieri), basato su una riforma delle arti applicate alla luce della produzione in serie, conseguenza dell’industrializzazione. A fronte di una standardizzazione degli oggetti, il fondatore William Morris, seguace di John Ruskin, promosse una ritorno alla realizzazione di oggetti (tappeti, tappezzerie, tessuti ma anche mobili) sulla base della vecchia concezione artigianale. Ciò non implicava che venissero del tutto rifiutate le moderne apparecchiature, ma che l’artista, novello designer, si occupasse della progettazione del disegno, mentre nella realizzazione si sarebbe dovuto tener conto del pregio dei materiali impiegati.
Celebri, a tal proposito, sono le carte da parati Morris. Purtroppo tale produzione non ebbe il successo sperato, poiché proponeva articoli ancora a prezzi troppo alti e di nicchia perché potessero avere ampia diffusione e operare quella rieducazione del gusto tanto agognata.

L’esperienza dell’Esposizione Universale e delle Arts and Crafts, seppur non completamente riuscita o che comunque aveva fatto emergere diverse problematiche, fu fondamentale. In contrasto con la produzione di serie di oggetti solamente per la loro funzionalità, la critica principale che ne emerse fu la necessità di tornare in qualche modo all’ambito artigianale. Gli artisti dovevano occuparsi di un’estetica delle arti applicate e usare a loro favore i nuovi mezzi industriali per renderli fruibili a quante più persone possibili.

L’eco che l’esposizione del 1851 ebbe a livello mondiale fu enorme. Fin da subito furono promosse iniziative simili nelle principali città europee.

Se da una parte queste fiere erano una vera e propria presentazione di quanto vi fosse di più all’avanguardia a livello mondiale, dall’altra si caratterizzarono come una sorta di pretesto nel quale le varie nazioni volevano proporsi come quelle più innovative e portatrici di un gusto moderno e attento alla resa estetica. La successiva si tenne infatti a Parigi, nel 1855, con il preciso intento di superare i risultati ottenuti dall’antesignana londinese. Questa volontà fu già ben chiara dalla sede espositiva. I francesi realizzarono il Palais de l’Industrie, chiaramente rivaleggiando con la superba architettura progettata da Paxton. Fu la prima esposizione a prevedere esplicitamente un padiglione dedicato alle belle arti, celebre per aver comportato, da parte di uno dei grandi rifiutati, Gustave Courbet, il ben più noto Pavillon du Réalism.

Dopo più di vent’anni dalla prima Esposizione Universale, nel 1876 l’Expo si tenne negli Stati Uniti, in occasione del centenario dalla dichiarazione d’indipendenza americana.

Questo fatto fu importantissimo: se fino alla metà dell’800 l’epicentro era ancor sostanzialmente europeo, con la fine del secolo si iniziò ad anticipare quel ribaltamento degli equilibri che si sarebbe affermato nel XX secolo. Gli Stati Uniti non si affacciarono timidamente al panorama politico e culturale mondiale, ma posero le basi di quella che sarebbe stata una vera e propria egemonia culturale.

Giocondo Albertolli