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Giulio Carpioni (Venezia, c. 1613 - Vicenza 1678)

Poseidone e Coronide

Mercurio e Argo

Olio su tela
Ottavo decennio del XVII secolo

 

Descrizione:

Coppia di dipinti di soggetto mitologico, realizzati su tele rettangolari dipinte risparmiando gli angoli e dunque portando il dipinto a un formato ovale. Uno rappresenta Poseidone e Coronide: il dio del mare, identificabile grazie al tridente che si intravvede nella parte inferiore della scena e raffigurato come un anziano barbuto, sta rincorrendo la principessa, una giovane fanciulla le cui braccia si stanno trasformando in ali piumate. Nell’altro dipinto sono invece raffigurati Mercurio e Argo. 

In primo piano il dio è riconoscibile grazie al berretto alato e al caduceo trattenuto nella cintura. Le mani sono poggiate una sul fodero, l’altra sull’elsa della spada che sta per estrarre e usare per decapitare Argo, il guardiano posto a guardia di Io, tramutata da Giove in una giovenca e che nel nostro dipinto si affaccia al centro della scena tra i due personaggi, emergendo da dietro un albero. Presentati in cornici rettangolari successive (metà XIX secolo), intagliate e dorate.

Dimensioni: 36×48 cm

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Analisi storico-artistica:

Come sostiene Ludovica Trezzani, le nostre due opere trovano riscontro nella vasta produzione pittorica a tema mitologico, molto richiesta dai ricchi committenti vicentini e veneziani fin dal quinto decennio del XVII secolo.

Modello di riferimento dal quale Giulio Carpioni trasse spunto per questa particolare tipologia di soggetti furono le Metamorfosi di Ovidio. Anche nel nostro caso, i racconti del celebre poeta fecero da riferimento per le tele.

 
Primo dipinto:

La prima scena raffigura la vicenda di Poseidone e Coronide, giovane principessa della quale il dio si era invaghito. La fanciulla, per sfuggire al corteggiamento del sovrano dei mari, chiese l’intervento divino e Minerva, mossa a compassione, la trasse in salvo tramutandola in una cornacchia, facendola diventare il proprio animale sacro, prima di rimpiazzarla con la civetta. Come ricostruito nella perizia della dottoressa Trezzani, nonostante questo soggetto sia alquanto insolito nell’arte, era molto amato dal nostro pittore, che lo realizzò in diverse scene a più figure ambientate in un paesaggio marino. Ne sono esempio due dipinti conosciuti, uno di collezione privata a Trento, attribuito a Carpioni da Federico Zeri e un altro conservato presso le Gallerie degli Uffizi di Firenze

È noto un altro esemplare, recentemente passato sul mercato antiquario e già in collezione privata fiorentina, molto simile al nostro, seppure con l’aggiunta di un putto e la rappresentazione di Coronide a figura intera. La studiosa ha inoltre accostato la composizione del nostro a quella di un altro soggetto largamente apprezzato da Carpiani, quale Pan e Siringa, tema trattato in una tela da poco andata in asta.

Secondo dipinto:

Il secondo dipinto rappresenta Mercurio e Argo, le cui vicende sono narrate nel primo libro delle Metamorfosi, in relazione al mito di Giove e Io. Argo era infatti un gigante che era stato incaricato da Giunone di controllare la giumenta donatale da Giove, che in realtà nascondeva sotto le sembianze bovine quella di una fanciulla, Io. La giovane amata dal re degli dei era stata infatti da lui trasformata nell’animale per nascondere il tradimento a Giunone. Giove, dispiaciuto per la sorte toccata alla ragazza, chiese a Mercurio di uccidere Argo. Questi era infatti dotato di cento occhi e dormiva chiudendone solamente due alla volta, potendo quindi sorvegliare sempre la sua prigioniera. 

Mercurio, grazie alle melodie composte con il suo flauto e il racconto dell’origine dello strumento, ossia la storia di Pan e Siringa, riuscì a farlo addormentare completamente e dunque a ucciderlo e liberare Io, finalmente riportata alle sue fattezze umane. Giunone, addolorata per la perdita del fedele servitore, gli rese onore trasferendo i suoi occhi sulle piume della coda del pavone, animale a lei sacro.  

Come già indica Ludovica Trezzani, questo particolare soggetto non trova puntuali risconti con il corpus pittorico di Carpioni, ma non pare impossibile che l’artista abbia potuto trattarlo anche in opere a noi non note di dimensioni maggiori e con più personaggi, così come fece per l’episodio presentato nell’altra nostra tela.

Biografia:

Prima parte:

Giulio Carpioni nacque quasi certamente a Venezia nel 1613 e verso il 1630 iniziò il proprio alunnato presso il Padovanino. Fu sempre molto attento all’arte veneziana di tradizione tizianesca, anche nella sua forma innovativa sviluppatasi a Roma a seguito di Poussin e da Carpioni conosciuta attraverso le numerosi incisioni giunte in quegli anni a Venezia. L’adesione a questa cultura neotizianesca fu tale che Roberto Longhi ne ipotizzò un viaggio a Roma, durante il quale avrebbe addirittura potuto ammirare direttamente i celebri Baccanali, nell’urbe fino al 1639 prima di essere trasferiti in Spagna.
Il nostro si dimostrò infatti sempre predisposto alla ricezione di novità, quali quelle portate in laguna dai pittori cortoneschi e caravaggeschi. Certamente formativa fu, inoltre, una trasferta a Bergamo documentata nel 1631 a seguito del maestro e durante la quale poté apprendere il gusto tipicamente lombardo-veneto della “pittura di realtà” contemporanea.

Seconda parte:

Il 1647 fu un anno fondamentale per Carpioni: a questa data risale la prima importante commissione pubblica, la celebre Glorificazione Dolfin. Da questo momento sono note diverse opere del nostro, sia per committenze religiose che per incarichi laici, soprattutto nel vicentino. Se rinomate sono le grandi imprese religiose, molto conosciute sono le opere di carattere mitologico, alcune delle quali note in più versioni, come ricorda anche Ludovica Trezzani.
La sua arte più matura è concordemente ricordata in relazione all’uso della luce e all’attenzione della resa lineare, in antitesi con le soluzioni più barocche del vicentino Francesco Maffei. Il confronto tra i due è apprezzabile soprattutto grazie alla partecipazione di entrambi gli artisti alle medesime imprese, quali le opere realizzate per l’Oratorio delle Zitelle o per quello dedicato a san Nicola.

L’attività di Carpioni non si limitò però esclusivamente a opere pittoriche, ma anche a quelle grafiche. Certamente le incisioni di Pietro Testa, derivate da Poussin, oltre che avvicinarlo all’arte del francese spinsero il nostro ad applicarsi egli stesso come incisore. È infatti nota una serie costituita da ventotto acqueforti, il cui nucleo consistente è conservato presso il museo di Bassano del Grappa.
Giulio Carpioni morì il 29 gennaio del 1678.

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