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Giacomo Ceruti (Milano 1698 –1767)

Ritratto di Giulio Gregorio Orsini, 1755

Tecnica pittorica: Olio su tela
Dimensioni: 72 x 57.5 cm
Provenienza: Imbersago, Collezione Orsini Falcò Pio

Si tratta dell’inedito ritratto del marchese Giulio Gregorio Orsini (1699-1773), eseguito da Giacomo Ceruti nel 1755 e impiegato come modello per la realizzazione, quello stesso anno, del ritratto equestre dell’effigiato oggi in collezione Koelliker. Quest’ultimo dipinto, firmato e datato 1755, è ben noto agli studi e proviene anch’esso dalla villa di Imbersago della famiglia Orsini Falcò Pio dove trovarono posto, dopo il 1918, le opere già presso il palazzo Orsini in via Borgonuovo a Milano.
A testimonianza della provenienza da questa collezione, è presente sul retro del telaio un cartiglio tardo ottocentesco in cui si specifica, con una significativa imprecisione, il nome dell’effigiato: “Principe Pio Caballiero de la familia Orsini di Roma”. Non si tratta infatti di un generico “principe Pio”, della famiglia Orsini di Roma ma, come testimonia la somiglianza palmare col Ritratto , si tratta di Giulio Gregorio Orsini di Roma, dal 1755 Sovrintendente della Milizia urbana di Milano, i cui beni confluirono, alla morte del figlio Egidio Gregorio (1736-1819), in quelli della famiglia dei principi Falcò Pio – prima presso il palazzo milanese e successivamente, dopo il 1918, presso la villa di Imbersago.
Giacomo Ceruti, Ritratto di Giulio Gregorio Orsini, Soprintendente generale alla milizia urbana, 1755, Milano, Collezione Koelliker
Si sottolineano, come stile distintivo del Ceruti, la capacità di resa dei colori e dei dettagli dell’abito: il nobile appare come un figurino, inguainato nell’elegante marsina impreziosita dai ricami in giallo-oro lungo i bordi e dal pizzo dello jabot della camicia; ben sottolineato è il collo di pelliccia maculata del mantello che lo avvolge scendendo dalle spalle. Anche nella stesura dei tratti del volto, risaltano i toni accesi e vibranti dell’ incarnato roseo, degli espressivi occhi azzurri, della bocca rossa e dal taglio fermo.
Il dipinto, in origine ovale, fu portato all’attuale formato rettangolare con l’aggiunta di angoli all’inizio dell’Ottocento, quando fu inserito nella cornice dorata nella quale ancora si trova.

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Biografia

Nato a Milano da padre artista, fin dai primi anni venti del ‘700 cominciò a lavorare a e a distinguersi artisticamente a Brescia, ove si guadagnò il soprannome di “Pitocchetto” per il genere pittorico che aveva come soggetti principali i poveri, i reietti, i vagabondi, i contadini (i pitocchi, appunto) ma anche i “volti veri” dei notabili e dei prelati, dei rappresentanti della piccola aristocrazia lombarda: raffigurati in quadri a grande formato e ripresi con stile documentaristico e con uno spirito di umana empatia, guadagnarono all’artista un ruolo di primo piano nel panorama pittorico rappresentante di quel filone della “pittura di realtà” che ebbe in Lombardia una tradizione secolare (si pensi a Vincenzo Foppa, alla scuola bresciana intorno a Moretto e Savoldo).
E’ di questo periodo bresciano la prima opera di sua certa attribuzione, il Ritratto del conte Giovanni Maria Fenaroli, del 1724, che ben esprime questa sua concezione ritrattistica.

Nel 1736 Ceruti si trasferì a Venezia, ospite per qualche mese del maresciallo Matthias von der Schulenburg, che gli commissionò diverse opere raffiguranti pitocchi, ritratti, paesaggi e nature morte. La permanenza in Veneto, e in particolare il rapporto con lo Schulenburg, gli offrirono l’opportunità di entrare in contatto con un ambiente internazionale e aggiornato e di ampliare la sua produzione.
Le commissioni ottenute in quegli anni gli diedero l’occasione di acquisire e padroneggiare strumenti stilistici e compositivi tali da consentirgli un’attività di pittore “di storia”, più proficua e di più ampia risonanza, condotta parallelamente alla pratica del ritratto e della scena di genere.
L’artista risiedette poi a Padova tra il 1737 e il 1738, ove operò per la basilica del Santo.

 

 

Tornò successivamente a Milano, dove è documentata la sua presenza nel triennio dal 1742 al 1745 e, dopo un soggiorno piacentino, per tutto il periodo successivo, fino alla morte.
Il ritratto proposto ben rientra anche stilisticamente nella produzione del Ceruti ritrattista dell’aristocrazia milanese nel corso della quinta e sesta decade del ‘700.
In tal periodo la sua propensione per la pittura di realtà si sintonizzò piuttosto verso l’elegante e preziosa pittura dei ritrattisti internazionali quali il Liotard o il Gainsborough, affiancando al gusto per il vero e il reale, l’accuratezza nella rappresentazione dei ricchi dettagli dell’abbigliamento.
In questa produzione rientra anche un quadro in tutto simile al nostro, nell’impaginazione e nel ductus, il Ritratto di giovane gentiluomo proveniente da Casa Visconti di Saliceto (pubblicato da Mina Gregori ed esposto nel 1967 alla mostra torinese Giacomo Ceruti e la ritrattistica del suo tempo nell’Italia settentrionale). 
Al giugno del 1767 risale l’ultima sua opera conosciuta. L’artista morì due mesi più tardi, il 28 agosto 1767, all’età di 68 anni, a Milano, nella parrocchia di San Simpliciano dove abitava ormai da diverso tempo.

Bibliografia di riferimento:
L. Mallè, G. Testori (a cura di), Giacomo Ceruti e la ritrattistica del suo tempo nell’Italia settentrionale, Torino, Impronta, 1967, p.49 n. 24 bis, tav. 9
M. Gregori, Giacomo Ceruti, cinisello Balsamo, Pizzi, 1982, p. 403, 473
F. Frangi, A. Morandotti (a cura di) Maestri del ‘600 e del ‘700 lombardo nella collezione Koelliker, Milano, Mazzotta, 2006, p. 184 e sgg.

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