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Se già in epoche precedenti non era insolito tappezzare i muri con raffinati rivestimenti, anche con lo scopo di isolare gli ambienti dal freddo, fu certamente nel Medioevo che gli arazzi iniziarono ad essere delle vere e proprie opere d’arte molto ricercate.

Iniziarono dunque ad affermarsi rinomate manifatture specializzate nella produzione di questi capolavori.
Gli arazzi sono infatti straordinarie opere tessili, nelle quali i fili, abilmente lavorati, vanno a formare scene, spesso bordate da una cornice riccamente decorata. Gli arazzi erano opere molto preziose e, per tale motivo, spesso erano testimonianza della ricchezza e delle possibilità economiche di coloro che li possedevano.
Erano inoltre molto ricercati anche per la facilità con la quale potevano essere rimossi e ricollocati sulle pareti.
Questa peculiarità consentiva di sostituirli con una certa frequenza, in base al gusto del momento nel caso di una dimora privata, oppure per celebrare differenti festività religiose se costituivano l’apparato decorativo e liturgico di una chiesa.
La grande facilità di trasporto consentiva inoltre ai nobili di portarli con loro durante gli spostamenti presso le varie dimore, consentendo loro di avere sempre a disposizione queste opere pregiate. Gli arazzi erano infatti privi di un supporto rigido e una volta ripiegati potevano essere agilmente collocati entro casse poi caricate su carri o sugli animali da soma.

L’arte degli arazzi si sviluppò soprattutto in Francia, diffondendosi anche nelle Fiandre e diventando richiesta da tutte le più importanti corti europee.

Gli arazzi venivano realizzati mediante l’impiego di telai, certamente fondamentale era l’abilità del tessitore che doveva essere rapido ma preciso per delineare le figure. I materiali con i quali potevano essere realizzati erano differenti. Se durante il Medioevo era la lana ad essere maggiormente impiegata, anche perché facilmente reperibile, i materiali andarono via via impreziosendosi. Nel XIV secolo è attestato che i fabbricanti di Arras impiegassero una qualità migliore di lana, più sottile, assieme a fili d’oro e di seta, contraddistinguendosi proprio per la grande abilità nella lavorazione di fili metallici.
L’impiego misto di seta e lana consentiva infatti di ottenere un tessuto più fine e spesso questi filati erano intrecciati assieme a fili dorati o argentati che impreziosivano ulteriormente l’arazzo. Non è un caso che il nome del piccolo centro manifatturiero francese venne italianizzato in “arazzo”, dando il nome alle opere tessili che lo avevano reso tanto celebre.

Un cambiamento nell’arte dell’arazzo vi fu in epoca rinascimentale, come naturale conseguenza della concezione gerarchica delle arti, che vedeva il predominio della pittura.

I maestri tessitori, che nei secoli precedenti disponevano di grande inventiva e autonomia artistica, furono progressivamente costretti a sottostare al progetto di un artista, caratterizzandosi sempre più come meri copisti. Certamente l’abilità dei maestri e delle manifatture era sempre apprezzata per la lavorazione, ma comunque legata alla capacità di resa minuziosa del modello di riferimento. Tra il XV e il XVI secolo si diffondono sempre più le committenze a grandi artisti per la realizzazione di grandi cartoni che le manifatture avrebbero impiegato come riferimento. Tra questi, i più celebri sono certamente quelli realizzati da Raffaello, con le storie della vista dei santi Pietro e Paolo commissionati da Leone X e da collocarsi nella Cappella Sistina.

Ma la nazione protagonista nella produzione degli arazzi fu senza ombra di dubbio la Francia. In particolare Francesco I fondò una manifattura che fosse al suo completo servizio e con la quale poter eludere il rigido sistema professionale, al fine di eliminare l’influenza degli arazzi fiamminghi, pur chiamando egli stesso degli artisti stranieri, probabilmente di Tournai.

Successivamente, Enrico II decise di istituire un vero e proprio centro di formazione professionale, fondamento per una futura manifattura autoctona parigina. Per tale progetto si avvalse degli insegnamenti dei maestri tessitori di Tournai, che si occuparono di trasmettere il mestiere agli orfani dell’Hôpital de la Trinité, istituto che diede il nome alla manifattura stessa. Al fine di fornir loro una formazione il più completa possibile, agli studenti erano insegnate anche nozioni sulla pittura e le tecniche di cardatura e filatura della lana.

Ma certamente la manifattura più celebre per la produzione di arazzi fu quella dei Gobelins, organizzati nel 1667 tramite pubblici decreti di Jean-Baptiste Colbert su volere di Luigi XIV, che ne decretarono l’appartenenza alla manifattura reale del mobilio della Corona.

La direzione fu affidata a Charles LeBrun, al quale spettò il merito di comprendere pienamente le peculiarità della tecnica dell’arazzo. Egli era infatti incaricato di fornire i disegni dai quali gli artisti appartenenti alla manifattura derivavano il “modello”, ossia un dipinto delle stesse dimensioni dell’arazzo. Se Le Brun era molto attento nella fedele riproduzione del proprio disegno e del proprio modellato, non cercò mai di subordinare gli arazzi alla pittura, evitando di fornire precise indicazioni in merito ai colori da utilizzarsi e lasciando una certa libertà ai maestri tessitori nella trasposizione cromatica.

Dall’altro canto, la necessità di far eseguire un grande numero di modelli e cartoni portò Le Brun a chiamare un cospicuo nucleo di pittori. Successivamente al periodo d’oro degli arazzi, letteralmente parlando proprio per il grande impiego del prezioso filo metallico, subì una crisi nel 1690, a causa del cambiamento di indirizzo politico. A fronte del fasto finalizzato alla celebrazione della figura del Re Sole si iniziarono a produrre arazzi con una maggiore attenzione alla resa cromatica, fedelmente tratti dal modello preparatorio. Rispetto alla produzione celebrativa degli anni precedenti, gli arazzi diventarono prevalentemente narrativi, oramai opere prettamente decorative. Nei secoli successivi gli arazzi furono sempre molto richiesti, tanto che ancora in diversi palazzi settecenteschi occupavano ancora intere pareti dei grandi palazzi nobiliari.

Il XVIII secolo vide però l’inizio del loro declino, anche nella nazione che li aveva prodotti maggiormente. I muri delle sfarzose dimore francesi Rococò venivano infatti arredate con grandi e luminosi specchi, rendendo gli ambienti più luminosi, secondo il gusto dell’epoca.

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